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Malacoda.eu: recensione Mauro Ponzi

Mauro Ponzi
IL GIALLISMO “CRITICO” DI MAURO PONZI
di Francesco Muzzioli

tratto da: http://www.malacoda.eu/

È un giallo? certo, l’ultimo romanzo di Mauro Ponzi, E va bene così (NeP edizioni), ne ha tutte le caratteristiche: ci sono i cadaveri, barbaramente trucidati; c’è il soggetto inquirente, un simpatico commissario Carlo Bellaria, un po’ imbranato ma onestissimo; c’è un rendiconto finale. Che poi questo rendiconto non chiuda tutti i fili e che il detective non sia affatto un “superuomo di massa”, è da mettere in conto alle esigenze di rinnovamento del genere che, per differenziarsi, deve concedersi deroghe. C’è l’intrigo internazionale, si comincia addirittura in Africa, c’è il traffico di diamanti e di armi, lo scontro tra mafie rivali, insomma tutti gli ingredienti per fare del giallo una sonda sulle trame losche e sempre più intrecciate dei nostri tempi, in una prospettiva di polemica civile.

Saremmo dunque al giallo come forma di realismo attuale? Sarebbe un discreto paradosso, perché il giallo è il genere di narrativa che più di ogni altro è fondato sul meccanismo (sul “procedimento”, avrebbero detto i vecchi formalisti russi) più che non sulla materiarappresentata, e quello di Ponzi non fa eccezione. Naturalmente, per funzionare, il meccanismo ha bisogno di uno sfondo che coincida con la realtà e quindi necessita di una adeguata documentazione. E qui incontriamo subito uno strano indizio: la descrizione delle coordinate reali è fornita, nel romanzo, attraverso dei brani in corsivo, come se si trattasse di materiali eterogenei interpolati nel racconto. Che cosa può significare? Attenti, signori lettori, questi brani sono veri, autenticati, mentre tutto il resto non lo è. Oppure: non fatemi perdere tempo ad amalgamare realtà e finzione, ecco qui la realtà bruta e adesso lasciatemi andare avanti con la trama. Sia come sia, il corsivo – nella sua diversità stilistica – indica una doppiezza che stona con una intenzione puramente realistica.

Ma tant’è: oggi che tutti si buttano sull’autobiografismo e in particolare nella rievocazione delle figure paterne, Ponzi sceglie altre strade, anche perché il suo romanzo realista dedicato al padre lo ha già scritto in tempi non sospetti (il suo primo romanzo: La storia siamo noi, del 1999) e anche in quel caso con le dovute “stratificazioni”. Nel caso di E va bene così, ci si trova in una strana situazione, perché si è portati a seguire le regole del genere poliziesco, tuttavia avvertendo che c’è qualcosa d’altro, di sfuggente, che si sovrappone o si sottende ad esse. Cominciando intanto a notare il rapporto tra narratore e personaggio, che oscilla tra prossimità e presa di distanza. La prossimità sta nell’uso frequente del discorso indiretto libero, per cui i pensieri del personaggio sono fatti propri dal narratore; un esempio a caso, il foro interiore del commissario Bellaria: «Bellaria uscì dalla villa piuttosto contrariato. Non c’era collaborazione da parte di Biagini. Del resto non riusciva a capire perché il Comandante voleva che entrasse in questa inchiesta di Salina. I carabinieri avrebbero alzato un putiferio. La sua indagine avrebbe dovuto essere riservata e sotto copertura, ma così finiva sin troppo allo scoperto: indagine su un omicidio in concorrenza con i carabinieri. Non gli sembrava una buona strategia». Ma, dall’altra parte, il narratore prende le distanze assumendo una disposizione ironica nei confronti del personaggio, per esempio rendendo vane le sue avances verso la controparte femminile.

Ora, l’ironia diffusa si rivolge proprio alla narrazione in quanto tale. Ci sono dei commenti metanarrativi che, mentre affermano la veridicità del racconto, sotto sotto ne suggeriscono la totale invenzione; si veda questo brano, dalla esotica parte iniziale: «Al porto di Monrovia arrivarono di notte. Si diressero nel quartiere del porto ed entrarono nel deposito di José elpanadero.Perché mai in Liberia un panettiere debba chiamarsi José è tutto da spiegare, ma passi. Perché invece debba essere detto elpanadero, in spagnolo, portoghese o quello che è – dai libanesi, poi, che notoriamente non parlano spagnolo – è una di quelle incongruenze che rendono questa storia romanzesca e inverosimile. Fatto sta che le cose andarono proprio così». Allo stesso modo i richiami agli stereotipi della «letteratura di genere» sottolineano la fittività del racconto, come pure le varie citazioni letterarie disseminate nel testo, compreso il nome di un eroe di Verne, Michail Strogoff, prestato a un pessimo tipaccio della malavita internazionale. Se non bastasse c’è il finale, dove, sulle note della canzone di Vasco Rossi, Senza parole, che presta un suo verso a far da titolo al libro, il romanzo si trasforma in un film con le relative didascalie su “primi piani” e “campi lunghi”. Parodia dell’attuale romanzo-sceneggiatura, forse, ma soprattutto indicazione che la realtà in cui siamo stati immersi non era altro che una ben costruita “pellicola”.

Leggendo con molta attenzione, mi sono convinto dopo una serie di suggerimenti più o meno nascosti che il romanzo potrebbe avere un sottotesto e che potrebbe trattarsi proprio di un metodo di critica letteraria. In fondo, il “paradigma indiziario” è stato qualche tempo fa al centro del dibattito sul metodo critico; e il critico che altro è se non un detective che non si accontenta delle apparenze?

I passi che suggeriscono questa “allegoria della critica” sono molti e non posso enumerarli tutti: il detective emiliano trasportato in Sicilia si trova di fronte a problemi interpretativi di semiotica (che peggiorano quando deve decifrare i messaggi sottintesi delle donne); è uso «annotare i dettagli» su un quadernetto, proprio come farebbe un critico con le “spie” dello stile; è sempre impegnato a consultare i dati e a metterli in relazione, come i frammenti di un «complicato mosaico». In questo, non mancano precise allusioni alla metafora e all’allegoria: «Ma qual è la verità? Mentiva quando recitava la parte del vice-commissario che indagava sulla prostituzione o quando faceva gli occhi di triglia all’americana? Era tutto un linguaggio cifrato. Le cose non si possono dire con la loro brutale evidenza. Bisogna trasfigurarle in un linguaggio metaforico che è nel contempo completamente vero, cioè portatore di verità, e completamente falso, cioè fittizio, costruito, metaforizzato, appunto». Non ci sarebbe da stupirsi se l’autore, critico, germanista e esperto di Walter Benjamin, avesse travestito da romanzo giallo un trattato di ermeneutica e retorica. Leggiamo ancora, a un passo dalla conclusione: «Gli eventi sono slegati tra di loro, non c’è fato che tenga. Non c’è nessuna ratio che li lega. Però se si combinano tra di loro, come in un puzzle, viene fuori una parvenza di senso. Ed è sempre un tassello marginale che fornisce la soluzione del puzzle»; un passo che riecheggia la precedente p. 352: «La chiave dell’inchiesta si nasconde sempre in qualche particolare che generalmente sfugge: bisogna saper leggere tra le righe».

Ora, se assumiamo tutte queste istruzioni, dobbiamo dedurne che non stiamo leggendo bene il libro se lo stiamo leggendo come un romanzo giallo. Per utilizzare la formula di Eco, del Lettore Modello, ci troviamo di fronte a uno strano compito: il Lettore Modello del romanzo giallo è infatti tra quelli più condizionati, deve per forza occuparsi della domanda di chi sia il colpevole. Qui, però, non è sufficiente, seguire le piste del delitto vuol dire cadere preda di un inganno sottile e si ha la sensazione di non vedere il pezzo decisivo che – come abbiamo visto – sta nel dettaglio infimo e nel “particolare che sfugge”. Attenzione, lettore – sembra dire Ponzi – alza la testa, esci un attimo dall’habitus del Lettore Modello, impara a leggere fuori dagli schemi, se non vuoi restare deluso, impara a leggerecriticamente.

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