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La Storia Siamo Noi

sulla rivista online “malacoda” (www.malacoda.it) è uscito la recensione del romanzo La storia siamo noi.

Nelle edizioni NeP Mauro Ponzi ripropone in versione completa e corretta il suo romanzo La storia siamo noi, pubblicato precedentemente nel 1999. La narrazione è ambientata nei luoghi montani tra Abruzzo e Lazio (Campotosto e Amatrice, proprio le zone devastate dal recente terremoto) nell’epoca del fascismo fino alla guerra e alla resistenza. Si tratta dei luoghi originari dell’autore che ha ricostruito con grande accuratezza le proprie radici culturali e le vicende familiari, servendosi con tutta probabilità delle memorie della generazione precedente, tanto che il romanzo potrebbe essere classificato come “romanzo del padre”, per altro con buon anticipo sulle prove recenti di un Maggiani o di un Luperini; tanto più che il cognome del protagonista, Gino Tosti, non nasconde l’assonanza con quello che compare sul frontespizio. Del resto, il titolo indica, da subito, che “la storia siamo noi” e dunque non è strano che il romanzo storico abbia il suo punto di partenza nella storia personale di ciascuno.

Dopodiché, questa scelta che possiamo considerare prioritaria si apre a tutta una serie di dialettiche. La prima e principale è quella tra privato e pubblico, ovvero, forse più puntualmente, tra storia familiare e storia sociale. La politica, che dapprima fa da sfondo in qualche modo “naturale” e quasi inavvertibile alla vita del paese, man mano si impone all’evidenza nelle sue cogenti contraddizioni, fino alla presa di coscienza della necessità di una presa di posizione e di un intervento diretto nel conflitto, che è proprio il punto in cui il romanzo termina, quando Gino prende la “via della montagna”. Un’altra dialettica è quella che si apre tra lingua e dialetto: l’italiano usato dal narratore e il dialetto che spunta inevitabilmente in bocca ai personaggi e che viene utilizzato per il lessico specifico e intraducibile. Mentre plurale e polifonico è l’alternarsi dei punti di vista in una narrazione che, partendo dall’orizzonte comunitario del paese, non può che essere corale nella sostanza.

Certamente la molla sta nel recupero della memoria. Ma in questo caso il salvataggio della memoria consiste soprattutto nel trascrivere su carta il più possibile del sostrato della tradizione orale, che non è soltanto la tradizione familiare, ma anche la complessa rete della cultura locale, le cui caratteristiche sono soprattutto: l’epico-mitica (si tramandano i fatti principali, le gesta, che diventano con il tempo leggendarie), la ludica (il gusto del tiro, della beffa, della battuta spiritosa) e la variantistica, perché le storie orali non hanno autore, il loro soggetto è plurale (“i vecchi”) ed esse si stratificano nelle diverse versioni («Quando accade un evento straordinario, tutti ci ricamano sopra e l’evento cresce a dismisura»). Ora, l’intrecciarsi dei racconti, il loro inserirsi nelle occasioni della vita quotidiana, il loro condensarsi in indicazioni morali o in vere e proprie istruzioni pratiche (incontriamo nel testo: come si cucina l’amatriciana, come si balla la pizzica, ecc.), produce un tempo non lineare, il tempo ciclico e iterativo tipico dell’esistenza scandita dalle stagioni, un tempo che non procede semmai si perde in continue digressioni. Non per nulla Ponzi inserisce, mettendolo

in bocca a un personaggio istruito, i passi del saggio di Benjamin sul narratore, in cui si parla della crisi dell’“esperienza che passa di bocca in bocca”. Ed effettivamente il romanzo storico secondo Ponzi si colloca su un simile spartiacque: quello tra racconto (orale, parcellizzato, volatile) e il romanzo (scritto, costruito, finalizzato). La sua trama non andrebbe avanti se l’elemento esterno non venisse a turbare l’equilibrio, se l’elemento cittadino-borghese non interferisse con il mondo paesano, dei contadini e dei pastori. Insomma, si potrebbe dire che qui il romanzo storico mette in scena lo scontro tra premoderno e moderno, tra armonia comunitaria e dissidio politico, e fa questo attraverso la dialettica del narrare, per così dire l’interferenza tra racconto e romanzo.

Dal punto di vista della scrittura si fanno notare alcuni elementi evidenti. Il primo è quello degli inserti corsivi, cui sono affidati i dati storici generali. Tali brani contengono impliciti due tratti di forte discontinuità: l’inserirsi come elementi eterogenei, non amalgamati e non assorbiti, con un effetto di interruzione e di montaggio; e l’“impersonalità” ben diversa da quella popolare, perché – per così dire – desoggettivizzata, privata cioè della persona del raccontatore, una voce autorevole e però anonima e quindi estranea. L’altro punto sono le citazioni: queste sì messe sul conto del narratore, ma rivelanti una cultura che non appartiene per nulla ai personaggi (come appunto la citazione di Benjamin, tirata fuori tutta dal bagaglio del Ponzi germanista). Tali dettagli citazionisti richiamano all’uso del romanzo postmoderno e si sarebbe tentati di leggere il romanzo alla luce della indicazione di Linda Hutcheon sulla “historiographic metafiction”. Ed effettivamente la voce narrante diventa in molti punti palese denunciando la sua attualità e distanza temporale dai fatti narrati e dalla coscienza dei personaggi, non senza ironia (del tipo: «Oggi, a risentire le storie delle beffe e degli scherzi, al massimo, viene fuori un sorriso bonario»), per quanto si sforzi di non riflettere con il senno di poi ma col «senno di allora». Ed ecco disegnarsi un’altra dialettica intrinseca a questo testo, tra la ristrettezza del senso comune (dei personaggi) che non guarda oltre l’orizzonte e una ragione (del narratore) colta guardando dall’osservatorio odierno, a posteriori. 

La voce attuale non si esime, per altro, dall’inserirsi di brutto, verso la fine, per presentare una dichiarazione di poetica che apre su diverse prospettive:

Questa è invece la storia di gente comune, la storia di persone in carne e ossa, con pregi e difetti, con pulsioni di vita e di morte, con i loro progetti razionali e con le loro ambizioni segrete. È la storia di coloro che ci hanno preceduto e, lasciatemelo dire, è la storia di tutti noi. Giacché quelle esperienze, quei tanti dolori e quelle poche gioie, quelle frustrazioni e quei desideri sono iscritti nei nostri cromosomi. Potremmo spostare questo racconto nell’Appennino emiliano o nel Trentino. Cambierebbero i nomi di monti e valli, di fiumi e boschi, forse di qualche cibo o di qualche suppellettile, ma in sostanza la storia sarebbe la stessa. Sapete benissimo, infatti, che i personaggi di questa storia, così come la racconto, sono tutti inventati, sono una finzione. anzi una fiction, ma sapete altrettanto bene che essi sono reali, nella sostanza e al di là delle

apparenze, veri in carne e ossa, esprimono – con tutte le metafore necessarie per rispettare la privacy – esattamente quanto è accaduto in quegli anni. Non c’è una riga di ciò che racconto che non sia stata vissuta realmente, ma, nei dettagli, la racconto in modo diverso, un po’ metaforizzata. La storia è fatta di singoli individui, di dettagli di eventi particolari, specifici, calati in una realtà determinata. Ma tutti questi dettagli esprimono, significano una realtà più complessa, sono parte di un tutto, in essi va ricercato l’universalmente umano. Non voglio fare qui come zi’ Lisandro che costruiva i suoi racconti aggiustando un po’ gli avvenimenti perché dalle sue storie si potesse trarre un ammonimento, la famosa morale della favola. Però vorrei invitare il mio lettore implicito a cercare di dare un senso a questi avvenimenti. Perché, mi sembra che ci stiamo infilando in un periodo ancora più buio di quell’inverno del ’43, in cui è più che mai necessario sapere cosa fare e quale decisione prendere.

Diverse prospettive, dicevo; sì, ancora una volta diverse e non coincidenti. C’è la rivendicazione della verità della finzione, ossia della esemplarità e del valore civile della memoria, che deve ricordarci che siamo quello che siamo perché veniamo da dove veniamo, in modo che, con coscienza storica, possiamo operare la scelta che il presente ci richiede. Un valore “universale”, “emblematico”, raggiunto anche grazie alla tecnica delle opportune “metaforizzazioni” (la messa in scena narrativa e i suoi procedimenti). Però, sulla china del confronto differenziante rispetto al modello del romanzo storico canonico, quello ottocentesco di zi’ Lisandro Manzoni, si scava una distanza dalla “materia del contenuto” nello stesso momento in cui il testo stesso perfora la bolla della verosimiglianza con l’intervento della metalessi, chiamando in causa il “lettore implicito” (il lector in fabula di Eco) e quindi rendendo esplicito l’implicito, in un gioco di complicità messo in evidenza. L’artificio della finzione si rivela di nuovo in modo eclatante nelle righe conclusive dove echeggia la canzone di De Gregori, che fornisce il titolo del libro, accompagnata dalle didascalie «Dissolvenza. Titoli di coda. Colonna sonora». Il romanzo termina dichiarando di essere un film? Un conclusivo cambio di genere, di taglio decisamente postmoderno. Potremmo dire allora di trovarci dentro un romanzo postmoderno che ha come contenuto il conflitto tra premoderno e moderno? Forse, ma dovremmo aggiungere che in questo caso allora l’ironia si rivolge verso il postmoderno stesso: perché alla fine, pensandoci bene, il racconto premoderno viene rappresentato proprio con quelle caratteristiche che il postmoderno pretende come novità: quei caratteri epici, ludici e variantistici che dicevo sopra non sono le sbandierate ricette del periodo che abbiamo or ora attraversato?

E, insomma, la storia siamo noi: già il titolo del romanzo era passibile di una pluralità di interpretazioni divergenti: 1) noi siamo la nostra storia, e quindi possiamo conoscere ciò che siamo solo tornando verso le radici e non dimenticando la nostra provenienza; 2) siamo noi che facciamo la storia: ovvero il passato è sempre in funzione del presente che lo ripensa dalla sua prospettiva attuale; 3) la storia siamo noi: quindi l’unica storia è quella delle persone, è una microstoria che ciascuno è tenuto a conservare e a trasmettere; 4) la storia è la storia di “noi”: si dà cioè per un soggetto plurale e quindi non si può scrivere che a partire dalle contraddizioni del “noi”, non si può scrivere se non aprendo contraddizioni dialettiche su ogni punto della scrittura. 

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