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Il conflitto: non è una guerra di vinti e vincitori

di Ludovica Morico

Il conflitto, nel momento in cui, con l’instaurazione del processo, entra nel mondo del diritto, si trasforma in dissenso circa lo svolgimento di determinati fatti avvenuti e l’applicazione a questi di determinate norme giuridiche. L’oggettivazione del conflitto, fondamentale nel processo, comporta che i bisogni delle parti, i loro desideri, cessino di essere rilevanti per la decisione della lite: in tal modo, il diritto combina la funzione di previsione di norme generali con la funzione di soluzione dei conflitti individuali” (Prof. Massimiliano Nisati).

Diceva Arthur Schopenhauer: “la vita umana è un eterno conflitto. L’uomo muore con le armi in pugno”.

Giovedì 21 giugno, presso l’Università La Sapienza di Roma, sono stati presentati i libri “Il Conflitto” e “I processi della mediazione”, rispettivamente dei professori Massimiliano Nisati e Francesco Bruno.

Il Prof. Nisati, giurista e mediatore, ha gentilmente concesso un’intervista prima che iniziasse il suo intervento di presentazione nell’aula universitaria di psicologia.

Professore, il suo libro è “Il Conflitto”. Lei è un giurista mediatore. Qual è il ruolo della sua figura nella risoluzione di un conflitto?

In questo testo noi cerchiamo di far comprendere come i contrasti sociali che si sono sviluppati nella nostra società debbono essere visti sempre meno come controversi e sempre più come contrapposizione di interessi. I contendenti devono essere sempre meno soggetti che fanno guerre di posizione e sempre più soggetti che, invece, lottano per il soddisfacimento di alcuni bisogni. Il giurista mediatore può aiutare le parti in conflitto a trovare la quadra del soddisfacimento degli interessi di entrambi, per fare in modo che il conflitto si risolva positivamente, non attraverso l’affermazione di un vittorioso rispetto a un soccombente, quanto piuttosto, nell’ottica “win-win”, l’affermazione degli interessi di entrambi, affinché entrambi possano sentire di aver avuto una soluzione positiva dalla vicenda. Non è una guerra di vinti e vincitori: diventa l’adeguata soddisfazione di tutti i soggetti nella dinamica conflittuale.

Che ruolo hanno gli interessi delle parti in un conflitto?

Gli interessi delle parti diventano l’elemento fondante. Nel processo, come noi siamo abituati a vederlo, nell’aula di un tribunale, noi abbiamo delle parti i cui ruoli vengono spesso emarginati, rispetto a quello degli operatori. Nel processo, i veri protagonisti non sono le parti: sono i giudici e gli avvocati. Le parti vengono lasciate in secondo piano. Attraverso il riconoscimento dell’interesse, noi abbiamo la possibilità di rivedere l’IO della parte affermarsi come fondante e centrale nell’ambito della dinamica conflittuale. Ecco allora che l’interesse della parte può far sì che nell’ambito di una dinamica conflittuale, trovi soddisfazione la visione, intesa come bisogno fondamentale, di entrambi i soggetti del conflitto. A questo punto, scatta l’idea di un atteggiamento delle parti in conflitto che non sia più un atteggiamento competitivo, ma un atteggiamento cooperativo. I soggetti in conflitto devono essere soggetti che si comportano in modo tale da poter raggiungere insieme la soluzione positiva della vicenda, non uno contro l’altro.

Non poteva sfuggire la presenza del Prof. Alessandro Ceci, Politologo e Direttore Scientifico CEAS

Professore, come si può collocare il suo ruolo di politologo nell’ambito del conflitto e della mediazione?

La scienza politica è la scienza dell’organizzazione e dell’azione, quindi è chiaro che una scienza dell’azione si occupi dei conflitti che, sia l’azione che l’organizzazione producono, specialmente nell’ambito dei processi decisionali. Non è un caso che l’ultimo insegnamento universitario di metodi per la risoluzione dei conflitti fosse nella facoltà di Scienze Politiche del compianto professor Casadio: ci ha insegnato proprio a mediare i conflitti. Tutti noi abbiamo avuto uno sviluppo internazionale nello studio di Scienze Politiche. Abbiamo ambito – io in parte l’ho anche fatto – a fare i mediatori internazionali di conflitti tra Stati e organizzazioni terroristiche o di liberazione nazionale. L’Italia ha avuto più volte questo ruolo a livello internazionale e, i laureati in Scienze Politiche, sono andati per il Mondo a mediare conflitti.

Fonte: http://stampacritica.org

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